martedì 20 settembre 2011

SIATE "ONOREVOLI"


Forse siamo su Dadada”: questo ho pensato istintivamente quando sullo schermo è comparso il volto penitenziale di Walter Veltroni. L'ipotesi era avvalorata dal servizio seguente che raccontava le gesta e il pensiero di Massimo “Inciucio” D'Alema. Ma tutto ciò è terribile realtà, stringente attualità. Più banalmente è quello che che passa il convento della sinistra da vent'anni a questa parte. Non hanno seguito, Veltroni & Co., il consiglio che diede loro Nanni Moretti, ma anche una tra le menti più lucide di questo scorcio di millennio: Maurizio Maggiani (giornalista e scrittore).

Più o meno tutti quello che avevano a cuore i destini della sinistra italiana, chiedevano a queste menti eccelse una sola, semplice cosa: sparite.

Non era un insulto, era solo una buona idea. Chi perde e perde molto - e in quelle circostanze perdeva un immenso patrimonio di aspettative - può ancora salvare l’ultimo bene: la faccia. 
Tutti sanno apprezzare l’onore di chi ammette la sconfitta e ne trae onorevoli conseguenze. 
Gli uomini d’onore che perdono si ritirano lasciando dietro di sé i ponti intatti; su quei ponti potranno transitare nuove forze e nuovi uomini, perché è dell’uomo onorevole dedicare le proprie migliori energie a preparare la strada per la generazione che lo sostituirà.
L’idea non parve buona ai destinatari, che, colmi di una supponenza tanto triste quanto ardita non hanno inteso piegarsi di un millimetro alla realtà e all’onore. 
Sono rimasti tutti a mostrare il petto - fasciato di cachemire - nella certezza di saperla più lunga di chiunque altro, predisponendo rivincite costruite su un suffragio che non hanno mai smesso di ritenere dovuto; come se la gente fosse una entità immobile, come se non fosse composta da me e da alcuni altri milioni di individui ognuno con una sua vita tutt’altro che immobile, se non per costrizione. 
Come se i valori potessero vivere di vita propria, di pura essenza ideologica e non essere materia della vita.

Ciechi della loro arroganza, negli anni che sono venuti non sono mai stati sfiorati dal sospetto che milioni di individui continuavano a prestare loro il proprio suffragio nella vana speranza che questa generosità potesse essere ricambiata da un qualche sincero slancio di umiltà; e da qualcosa di buono, semplicemente, visibile e vivibile da ognuno di noi. 
Finché, non senza rabbioso dolore, la “loro”gente ha schiacciato il pulsante: off. E li ha fatti sparire. Dall’orizzonte delle proprie attese, dalle proprie simpatie, dalle proprie necessità.
Si sono dissolti, si stanno dissolvendo, finiranno per dissolversi, disonorevolmente, perché c’è una enorme differenza tra il decidere di sparire ed essere tolti di mezzo. Naturalmente nessuno di loro si è preoccupato di tenere salvi i ponti, qualcuno si è persino occupato di minarli.

Per il momento non resta che ripetere: fate la cortesia, sparite. Rimane una buona idea, rimane sempre meglio che essere tolti di mezzo...

lunedì 4 luglio 2011

IL FUTURO è ADESSO



Forse è meglio cambiare la nostra ottica. Sarebbe ora di trasformare la famosa angoscia del futuro in una sana – e più saggia – paura del presente. I fantasmi di cui parliamo oggi, sono sotto i nostri occhi.

A Milano clima da guerra civile, con tanto di presunte comparse raffiguranti rom e delinquenti messi in scena per spaventare il corpo elettorale.
In giro per le grandi città, ronde di paramilitari in camicia verde che picchiano gli stranieri, perchè stranieri.
A scuola pseudo-gang e simil-bulli si divertono a spaccare gli arredamenti per il solo gusto di accumulare contatti su Internet. In passato qualche pugno e calcio è toccato ad un ragazzo diversamente abile (e non immaginate nemmeno quanti click si è meritato).
Preti che abbordano ragazzini e spacciano cocaina, fregandosene bellamente di inoculargli l’Aids.

A Torino un padre stufo dei continui insulti, minacce e botte tira una coltellata al figlio tossico e alcolizzato. Poi chiama i Carabinieri e si siede ad aspettare le manette.
A Livorno un 84enne, invasato da troppe pillole blu, prende una sbandata con una 35enne e, geloso, le spacca l’appartamento a picconate.
A Lucera, in provincia di Bari, un commandos di delinquenti nel bel mezzo di una carreggiata prende a fucilate un camion porta valori e si impossessa dell’intero bottino.

A questo aggiungiamo il non trascurabile particolare del continuo - noioso - vociare tra istituzioni e giudici, tra giornalisti e politica, tra forze dell’ordine e avvocati, tra Cassano e il suo procuratore.

La felice Italia, di cui si è abbondantemente scritto in passato, ha felicemente partorito i suoi agghiaccianti figli.

Che cosa possiamo fare, adesso?
Non lo so, e nessuno può dirlo con precisione, nemmeno Morelli o Crepet.
Ma c’è almeno una cosa che possiamo fare da subito: smetterla di scrutare l’orizzonte con aria pensosa e preoccupata.

Guardare fuori dai portoni, davanti alle nostre auto, all’interno delle nostre scuole, tra i palazzi delegati ad ospitare le più alte istituzioni.

Il futuro, amici miei, è già arrivato. Ha la testa vuota e le mani pesanti.
E ha fretta di farsi conoscere...

venerdì 24 giugno 2011

IL MIO PRIVILEGIO


Oggi ho riflettuto sui miei privilegi. Mi è capitato di farlo perché mi sono svegliato all'alba. Ma l'alba di questa mattina è stata molto particolare. 
Dalla grande finestra di cucina mi è apparso un mondo nuovo e irreale, come se il cielo e la collina fossero stati mutati in una materia diversa, spostati in un altro universo. 
O come se io, durante la notte, fossi stato trasportato in un altrove ignoto.

Guardavo alle sette questa mattina un mondo rosso cupo farsi lentamente del giallo spento dello zolfo e poi ancora rosso, di un rosso immaginario e astratto che non ricordo di aver mai visto nemmeno nella più grande scatola di pastelli. Sono stato a lungo a guardare, mentre il caffè bolliva e ribolliva. E mi ha preso uno sgomento strano, uno stato d'animo raro: stupore e sgomento al cospetto del mondo intorno a casa mia, al mio mondo.

Ma le sensazioni che ho provato permangono ancora adesso, e forte ancora sento il bisogno che ho provato all'alba di questa mattina: bisogno di riparo. 
La certezza che solo un metro al di là della finestra mi sarei perso in un mondo stravolto e alieno e la certezza la mia casa mi avrebbe protetto. Ed è stato un privilegio straordinario. 
Riparare la mia anima dalla tempesta, restituirle forza e tranquillità.

Io ho il privilegio di vivere in una casa che mi accoglie tra pareti più solide della loro stessa materia. Di alimentarne la mia anima, curarla, sostenerla, crescerla. 
Perché, anche oggi, il mio privilegio fa di me un uomo capace di liberarsi dalla paura, dall'angoscia, dallo sconcerto. Un uomo ricco che non ha bisogno di altre ricchezze. 
Per questo posso ancora vivere sentendomi libero, nonostante da molto tempo ormai, ogni mattino al mio risveglio, il cielo e il mondo sotto il cielo, mi appaiono di colori innaturali, spesso lividi, dipinti dalla voce delle notizie alla radio, dalla lettura dei giornali.

Forse è questo che fa di noi persone libere. L’avere un riparo per potersi difendere da tutte le baggianate che ci vengono propinate. Un baluardo per difenderci dagli uomini neri che puntualmente, tutte le mattine, ci vengono a spaventare.

Una casa e un cervello. Due privilegi che vogliono toglierci a tutti costi...

venerdì 22 aprile 2011

CITTA' INVISIBILE




"La ragione è un'isola piccolissima nell'oceano dell'irrazionale"
                           (Immanuel Kant)


La città invisibile è una contraddizione in termini. 
Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! 
La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. 
Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. 
I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. 
Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. 
La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. 
La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino
“cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

giovedì 21 aprile 2011

CAPIRE LE PAROLE FIN DA PICCOLI

L'importanza delle parole 
Mi ha piacevolmente sorpreso questa favola che ho trovato per caso, scritta da Gino Strada e la figlia Cecilia, scritta per i bambini, per insegnare loro il significato di parole importanti come pace, diritti ed uguaglianza.
Secondo me però, ha un significato più profondo che tocca anche gli adulti: capire come vengono usate le parole. Perchè l’uso delle parole può arrivare a manipolare le coscienze e le menti. 
Saper comprendere come vengono usate le parole è importante, perchè ci permette di comprendere cosa si cela dietro parole maltrattate da chi le usa in modo spregevole.
Non è un concetto nuovo questo, in fondo è quello che diceva Don Milani molto tempo fa. Non so, forse è un parallelismo azzardato, ma mi torna in mente quella sua frase:-  Ogni parola che non impari oggi, è un calcio nel culo domani.-
Comunque, aldilà di ogni considerazione personale, è una bella favola e per questo ho deciso di pubblicarla.

C ‘era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. 
Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione.
Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola.
Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. 
Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. 
A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano
E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare.
Quanta confusione! Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne potè più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. 
All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai.
Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti.
Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro.
Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione. 
-Le parole sono importanti- amava dire -se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente-
Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. 
Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente. 
A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati… alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. 
Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada.
Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate. 
Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. 
Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi.
Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare.
Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più.
Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo. 
-E va bene- disse Linguaggio -ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato. I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra…-
-Per quanto riguarda la guerra- lo interruppero gli uomini -ci abbiamo pensato… tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno.-

Gino e Cecilia Strada

mercoledì 20 aprile 2011

IL CETO MEDIO VERSO IL BASSO...


...Anzi verso l'alto!



Si stanno letteralmente scannando per inezie politiche. 
Non è un'eccezione; è la prassi del dibattito di oggi. Intanto per le strade succede qualcosa che assomiglia sinistramente alla guerriglia: roghi, manganelli, molotov. 
Assetti da guerra.

La gente è povera, depressa e confusa. 
Lo dicono tutte le statistiche che ogni giorno ci vengono portate all'attenzione. Ma nemmeno questi tre aggettivi rendono bene l'idea; la verità è che siamo incazzati, incazzati neri. 
Dico noi che siamo il ceto medio; i privilegiati, i tranquilli, gli speranzosi. 
Il nerbo progressivo del Paese. 
Gli ex di tutto questo.
Ovviamente è meglio non spingersi a dare un'occhiata al ceto basso: non aprite quella porta. 
Quelli sono carne bruciata, gente che non compare nemmeno nelle statistiche, malignamente predisposta com'è a dare un'immagine distorta del Paese. 
Fa talmente schifo il ceto da 800 euro al mese che c'è da sporcarsi solo ad ammettere che ha qualche problema. 
Nessuno perde tempo per loro. 
Il fatto è che il ceto medio, ora, sta andando incontro a quello basso.

All'appuntamento ci sta andando in picchiata. 
Cominciamo ad andare in giro con un dente sì e uno no, perché i soldi per tutti non li abbiamo più. 
Per via della nostra scarsa sorveglianza sull'andamento dell'economia, come dice il nostro (ricco) presidente. 
Stiamo diventando anche ignoranti; perché i soldi per l'altro dente li abbiamo sottratti al conto in libreria. 
Serpeggia un pestilente senso di colpa di chi ha perso l'abitudine a pensare al bisogno come a un fatto della vita reale, vera e concreta, di chi si è abituato a vederlo col binocolo, incartato nelle brutte notizie, assieme al maltempo e alla scomparsa di ragazzine.

Naturalmente i ricchi sono più ricchi, visto che il denaro non ha la proprietà metafisica di svanire nel nulla. 
La Fiat diminuisce la produzione delle sue macchinette, la BMW aumenta quella delle sue fuoristrada da 100.000 euretti. 
Non tutto va male nell'industria, non in quella del sollazzo d'alto bordo.

Il ceto basso intanto continua a pulire le strade, a infilare le lettere nelle cassette, a mungere le vacche, a tornire bulloni, con la certezza di non potersene mettere nemmeno la metà di denti, senza la speranza di potersi fare una risonanza al fegato in tempo per non lasciarci la pelle. 
Senza la forza contrattuale di poter prendere a schiaffi chi gli dice: “fammi ancora un po' più ricco, che poi quello che mi avanza è tutto per te”. 
Mentre noi, orgoglio del paese, abbiamo smesso da tempo di fare quello che dovevamo: almeno studiare, almeno inventare, almeno saper trovare qualche buona idea. 
Tanto buona da poterci governare un paese...


sabato 16 aprile 2011

FANCULIZZATELI

Una "categoria" di saccenti






"Eh, lo so!". 
Quante volte vi hanno risposto così? La reazione irrefrenabile è la solita. 
La ricerca disperata di una mazza da baseball per continuare la conversazione
Voi dite: "Ci sono due milioni di precari" oppure "Non si capiscono le ragioni della nostra presenza in Afghanistan" o "Il nostro debito pubblico ci sta portando al default" e la risposta, implacabile, standard, è "Eh, lo so!". 
I politici rubano? "Eh, lo so!". 
Federico Aldrovandi è stato ucciso dalla Polizia e chi lo ha ucciso è ancora in servizio dopo la condanna in primo grado? "Eh, lo so!". 
In questi casi la risposta è corredata da un "Loro se lo possono permettere!".
Gli ehloso si dividono in più categorie. La prima è degli ignavi

Il loro fine è bloccare la discussione sul nascere per non essere compromessi. 
E se le loro parole venissero riportate? Se qualcuno fosse in ascolto? Un "Eh, lo so" e si tolgono qualunque pensiero. 
La seconda categoria è quella dei commiseratori per i quali la realtà è immutabile e chi si pone di traverso, chi cerca di cambiare il mondo, va compatito. Vivi e lascia rubare è il loro motto. 
La terza è dei contemplativi per i quali non c'è mai una sola soluzione, il discorso è sempre complesso e unicamente gli intellettuali, a cui si sentono di appartenere di diritto, la possono interpretare. 
La semplificazione gli fa orrore. 
Vivono di problemi e per l'analisi dei problemi. 
Il loro "Eh, lo so!" serve per riportare a una posizione subordinata chi si illude di capire la realtà e di proporre pure delle soluzioni. 
Stia al suo posto! 
L'ultima categoria è dei collusi
In questo caso "Eh, lo so!" è pertinente. 
Loro lo sanno bene di cosa state parlando. 
Il loro obiettivo è di spegnere la discussione. 
Trasformano la denuncia in una realtà scontata, sotto gli occhi di tutti. 
Così solare che non vale la pena parlarne ancora. 
Ne parlano tutti, lo sanno tutti. 
E allora, perché infierire, ad esempio, su Veronesi o Dell'Utri?
Gli ehloso di tutte le categorie odiano i nomi

Se a un bancario ricordi in pubblico i processi di Geronzi, questi comincia a balbettare e cerca di raggiungere velocemente la porta. 
Infatti, all'affermazione che il tizio è un mafioso o un corruttore, la risposta "Eh, lo so!" può portare a gravi conseguenze. Gli ehloso più irritanti sono quelli che strascicano la e
Dicono: "Eeeeeeh, lo so!" per far capire che la sanno lunga. 
Se solo potessero parlare... 
Non possono farlo, ma se solo potessero farlo...
Se solo si impegnassero ad interagire ed esprimersi...
Se solo potessero andare a fanculo.

venerdì 15 aprile 2011

LA FINE DEL P.D.


Ma il P.D. cosa fa di diverso?












Di cosa parlano per la strada? 
Che discorsi occupano le pause dei cittadini?
Sono stato ad ascoltare e nell’ordine ho sentito parlare di:
  • lavoro che non c’è per i giovani, quindi dell’inesistente ricambio generazionale 
  • scarsa cura dell’ambiente che chi governa,e non, ha nei confronti del nostro Stivale compreso il Nucleare
  • la crisi che avanza e la fatica di arrivare a fine mese 
Ho meditato sui tre argomenti che le persone mi hanno proposto e non ne ho trovato traccia nelle prime pagine di tutti – di tutti, sottolineo - i quotidiani compreso quelli on line. 
Nessun abbozzo nemmeno sulle copertine dei settimanali, tutti presi a sviscerare i pruriti del premier e del suo entourage.

Se i quotidiani vendono sempre meno copie, è colpa di quella distanza morale, che ogni giorno si allarga sempre di più, tra i bisogni di chi compra i giornali (o che vorrebbe comprarli) e gli interessi di chi li fa. 
Tra domanda e offerta, insomma. 
Ma anche per la mancanza di ricambio generazionale.

In fondo non è molto diverso da quello che succede all’interno del Partito Democratico. 
Perchè, curiosamente, oggi, in Italia, il centrosinistra ha gli stessi difetti dei quotidiani. 
La stessa incapacità di rinnovarsi, di parlare dei reali problemi dei cittadini, di stare con i cittadini e di parlare con i cittadini. 
Condita, in più, con troppa autoreferenzialità. 
Che spesso, sconfina nell’arroganza e nell'incapacità di controbattere con forza.

Se io, che sono un bischerone, ascoltando semplicemente tra un caffè al bar ed una chiacchierata con un'amico, ho carpito che i veri problemi sono altri e che tutti siamo stufi di leggere di mister B. e delle sue "mignotte", potrebbero fare lo stesso anche i cari signori e signore dell' opposizione.

Io ho la nausea e vorrei vomitargli tutto quello che penso di questa politica STATICA, MARCIA e DECREPITA...
Ma rinnovatevi...
Cosa state aspettando?

giovedì 14 aprile 2011

IL SENSO DI POVERTA'


Cos'è la Povertà?



Ammetto di soffrire della “sindrome dello struzzo”. 
Me ne accorgo quando in Tv passano immagini angoscianti proprio mentre la forchetta colma di spaghetti sta per entrare nella bocca. 
Fino a qualche anno fa cambiavo canale (vigliacco fino al midollo), preferendo assistere alle performance di Enrico Papi (vigliacco e masochista, pure). 
Ora mi sono assuefatto, la prendo come una fiction preconfezionata, dove la realtà che scorre sul plasma è abilmente contraffatta per racimolare audience.

Le scene del Giappone in ginocchio scorrono davanti ai miei occhi e davanti a quelle di mia figlia, che aguzza lo sguardo e mi chiede perchè tutti quegli uomini ora sono poveri. 
La sua è una domanda precisa: mi chiede di spiegarle la povertà. La forchetta si è fermata a mezz'aria. 
E che ne so, io, della povertà? Che cosa ne sappiamo noi?

Potremmo mai un giorno diventare poveri? 
Abbiamo, noi occidentali, la più pallida idea di che cosa significhi “essere poveri”?
Vuol dire non avere abbastanza da mangiare o non avere il telefonino? 
Non avere una casa o non possedere una seconda casa per le vacanze? 
Non avere di che coprirsi o essere costretti ad indossare i vestiti dell'anno prima?
A turbare i nostri sonni, a rendere più ansioso il nostro futuro, è l'inquietudine del presente. 
Pur vivendo in una società fondata sui beni materiali non siamo riusciti a costruirci, in un secolo, uno straccio di “cultura materiale” che ci aiutasse a distinguere il necessario dal superfluo, l'utile dall'inutile. 
È per questo, del resto, che ci godiamo così poco l'allegro superfluo e l'insostituibile inutile: li confondiamo con il grigio necessario.

La concezione di ricchezza è relativa: ci sono persone che hanno dieci milioni, ma ne vorrebbero altri cento e altri ancora. 
C'è chi non dorme di notte perchè non riesce a comprarsi a rate l'ultimo Suv supeaccessoriato e molto adatto ai deserti. 
Esempi ce ne sono a migliaia. Quelli sono ricchi o poveri?

Se abbiamo della povertà un'idea così confusa, è perchè abbiamo frequentato malissimo la ricchezza...

mercoledì 13 aprile 2011

IL GIOCO DELLE FRASI

Indovina chi lo ha detto?

"Fate funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori. Riducete l'area della vanità e della cosiddetta visibilità politica dei partiti".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Giuseppe Pisanu
b) Pierluigi Bersani
c) Silvio Berlusconi


"L'aspirazione generale è che un confronto di idee e di interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse, ma una consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente e poi scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Giorgio Napolitano
b) Mario Draghi
c) Silvio Berlusconi


"Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti; ci spinge, invece, ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia paralizzante, che mettano la bellezza della politica - capace di cambiare le cose e di migliorarle - al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e dell'inganno".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Walter Veltroni
b) Pierferdinando Casini
c) Silvio Berlusconi


"Crescere vuol dire aumentare la nostra capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con ordine e saggezza le immigrazioni interne ed esterne alla comunità dei Paesi europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi dell'immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra, ma fieri - fieri - dell'antico spirito di accoglienza e dell'antica capacità di integrazione del nostro popolo".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Cardinale Antonio Bagnasco
b) Gianfranco Fini
c) Silvio Berlusconi


"Soltanto un Paese in crescita può impegnarsi in una tessitura diplomatica multilaterale, che avrà nell'Europa - uscita dal Trattato istituzionale appena varato a Lisbona - il suo motore e il suo spazio di azione. È nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in Medio Oriente e contribuire alla più strenua difesa dell'esistenza e dell'identità storica di Israele il cui diritto alla pace si specchia nel diritto indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Romano Prodi
b) Massimo D’Alema
c) Silvio Berlusconi

"Dare alle donne nel lavoro e negli altri ruoli sociali un sostegno per la loro autonomia".

Chi ha pronunciato questa frase?
a) Emma Bonino
b) Susanna Camusso
c) Silvio Berlusconi


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